Skip to main content
La collezione di fiaschi di Urso in questi 17 mesi ha un non so che di raggelante. Ieri l’Istat ha certificato il fallimento completo del “carrello tricolore”: nei supermercati si registrano aumenti incontrollati di tutti i prodotti.
La produzione industriale è in serie aperta di dieci cali mensili consecutivi. Sull’ex Ilva, dopo mesi di immobilismo, si va verso una nuovo tragico commissariamento, con rischi sconsiderati per tutto l’indotto dell’acciaieria, per il quale il governo in settimana ha varato un decreto inutile.
Rete Tim e Ita stanno per essere regalate con pacco dono rispettivamente ad americani e tedeschi.
C’è poi il comparto auto: Meloni prima e Urso poi hanno annunciato di voler fissare l’asticella delle vetture prodotte in Italia a un milione, senza dirci come, dove e quando.
E non appena Stellantis ha fatto la voce grossa, il nostro ministro non ha tirato fuori altro che gli incentivi da noi messi a punto nella passata legislatura.
L’ostinato contrasto al regolamento Ue sul futuro dell’automotive è stato forse l’errore più marchiano di Urso: la difesa oltranza dei motori endotermici a diesel e benzina, abbinata alla masochistica riottosità ad avviare un deciso processo di riconversione della filiera, hanno reso l’Italia un paese decisamente privo di appeal per chi deve produrre auto e componentistica.
La conseguenza ora è che l’intero segmento industriale, da sempre traino del tessuto produttivo nostrano, si trova sull’orlo del precipizio.
E’ ora che Meloni inizi a ragionare se è davvero Urso la figura adatta per affrontare certe sfide. Il suo operato di questo anno e mezzo è inaccettabile.